I bambini crescono. Da qualcosa che ami a qualcosa che perdi

Meglio accogliere il momento presente come un presente per il momento.
Ero solo davanti alla televisione bevendo vino in scatola, dimenticando totalmente che i pericoli più insidiosi si nascondono in piccole scatole… Forse invece bevevo dalla bottiglia come una persona normale. E poi mi sono addormentato. Ed è per questo che sono tornato a parlarvi di sogni e incubi.
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Nel sogno sfrecciavo sulla mia bicicletta appena fuori da casa diretto verso l’incrocio. Mio padre mi inseguiva con il suo maglioncino rosso dicendo di prendere la sinistra per raggiungere il paese. Ma io piuttosto scurrilmente rispondevo che preferivo andare a destra e fare il percorso più lungo ma che comunque sarei arrivato. Riconoscevo la strada perchè era uno stradone che percorrevo sempre quando ero piccolo in estate.
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Nei sogni le sensazioni penso siano molto più opprimenti rispetto le stesse quando provate nella vita reale. Così dopo qualche pedalata sento che qualcosa non va, avverto qualcosa di sbagliato perchè la strada presenta strane macchie, come di residui di terra lasciati dalle ruote di qualche grosso trattore. Man mano che proseguo le macchie aumentano.
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Le piante ai bordi della strada sono incolte, spesso invadono la strada ma all’inizio non danno fastidio perchè sono verdi  quindi le si scosta con la mano, coprendosi anche dai raggi del sole. Ma poi le piante non sono più verdi, perdono le foglie e i rami in faccia cominciano a pungere, graffiare e dare fastidio. Sono sempre in tempo per tornare indietro ma proseguo. Poi lo vedo. Il pericolo. In lontananza, chiaro e palese.
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Da entrambi i lati i rami delle piante arrivano in strada, sono adunchi, spinosi e molto secchi. Non riesco a mettermi nel messo così alzo un braccio di fronte al viso e mi preparo all’impatto. E’ come cadere in un roveto, sento mille tipi di male e 50 tipi di tristezza e abbandono. Perche nel sogno è tutto così dettagliato. Finita la mia sfilata tra i rovi cado ansimante con la bicicletta appena fuori dal pericolo, ma attendo la morte e tutto si fa buio. Nei sogni o si è vivi o si è mezzi morti.
Non voglio nè un sogno nè un incubo, voglio solo qualcosa nel mezzo.
Riapro piano negli occhi, ferito e arreso sento passi che corrono verso di me. Nel sogno sappiamo sempre cosa sta per succedere o meglio in genere lo sentiamo perchè è come se stessimo leggendo un libro che già conosciamo. Un gruppetto di bambini sta arrivando per finirmi. Li vedo sgambettare in colorato gregge dalla casa poco distante. Il più piccolo di loro, un poppante che avrà appena iniziato a camminare, si china su di me e mi spruzza qualcosa in faccia varie volte. Non è acqua per ristorarmi, piuttosto qualche elemento inibitore che blocca ogni mio movimento così che gli altri tre bambini possano trascinarmi via, vedo tutto correre accanto a me, erba, segnali e case, ma niente sta correndo nemmeno io.
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Nel letto mi accorgo che sto dormendo su un braccio che si è intorpidito, tutto questo sogno è un incubo creato dal mio corpo per indurmi ad aprire gli occhi e spostare il braccio dolorante e con la circolazione bloccata da sotto la testa. Ma non lo faccio e proseguo a sognare.
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Quando mi riprendo sono in una cucina ordinata e piena di cose, quella che potreste dire una vera cucina della nonna italiana. I bambini e la loro minuscola vecchissima nonna sono attorno a me pronti a colpirmi al risveglio, ma ora non li temo più, voglio solo liberarmi e ucciderli. Il più piccolo di loro brandisce un grande coltello con il quale mi intima di non muovermi. Ma questo non è un film horror e per quanto pauroso possa essere un bambino con un coltello con un calcio lo allontano e raggiungo l’uscita. Ho voglia di salvarmi.
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Spalanco la porta e mi copro di sole, arranco e scappo nei campi. Per lasciare quella proprietà maledetta devo passare attraverso una nube di insetti come mosche. Ma molto allungate, quasi come vermi, si appoggiano alla pelle e succhiano il sangue. Sanguisughe con dna di mosche. A piedi scalzi sorpasso la nuvola vampira e sono di nuovo sulla strada.
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Sono un clichèè, sono l’unico superstite dell’orrore, la vergine che ha combattuto ogni pericolo nel quale si è messa da sola non seguendo i consigli di coloro che la amano. Ma come questa vergine la mia pelle ferita ora racconta una nuova storia, il mio sangue ha macchiato la strada e sono stato cibo per gli instetti che mi pensavano morto e sto ancora camminando questa volta in direzione giusta. Senza bicicletta, senza scarpe comode. E ancora dovrò ripassare per i rovi e le piante invasive ma saprò passarci nel mezzo, e magari addirittura usare le foglie che mi vengono allungate come bende. E quando tornerò a casa non sarò neanche così spaventoso.

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