Ti vedo ancora in giro sia di giorno che di notte.

noi abbiamo l’un l’altro, tutto il resto è rumore di sottofondo

Ciao, qui è il vostro amico con qualche piccolo problema con l’alcool e con l’autostima.

Voglio parlarvi di lutto. Ci vuole chutzpah per rovinare il Natale entrante trattando di cose deprimenti penserete voi. Ma francamente non mi importa di cosa pensate voi.

Negli anni ho lungamente atteso un lutto per testare la mia capacità di sentire qualcosa, provare dolore, sentire fluido lacrimale corrermi dall’occhio verso il mento. Senza recitare, senza impegnarmi, e no non voglio che il pianto sia una mera funzione escretoria delle ghiandole lacrimali che spingono le impurità verso l’esterno dell’occhio. Volevo un pianto sincero, mi accorgo ora che è un desiderio egoistico.

Mia zia era magnifica, vi ho parlato di lei in qualche post fa, non sapeva chi fossi, credo, ma ogni volta mi copriva di parole, baci e occhiate birichine, mi diceva a volte – sei un fagiolino. Molta vita, molta follia e tanto altro non chiaro in una persona così piccola seduta sulla sua carrozzina.

Uno spirito malvagio ha colpito la zia negli ultimi giorni, le ha tolto l’uso della parola prima e si è insinuato nel suo organismo bloccandole le vie urinarie. La zia forse in realtà era morta quando aveva smesso di parlare, gli occhi si erano spenti, avevano perso il colore e si erano fatti grigi come l’ignoto e rimanevano immobili. Una parola ripetuta come un mantra cercava di uscire dalla bocca, suppongo sia stata Aiuto! . Era la parola che la zia ripeteva più di frequente prima che questo spirito la prendesse di mira. Lo spirito ha consumato la sua maledizione velocemente e la zia in due settimane se n’è andata in silenzio dopo aver riempito di parole e baci le sale e i corridoi di questo posto. Le sue mani conoscevano tutti i muri.

take a smile

take a smile AND WEAR IT like it was a sock

Non riesco a ricordare quando la zia mi ha stretto l’ultima volta la mano, non riesco a ricordarlo. Non riesco a ricordare molto ora che è qui di fronte a me coperta da un velo, adagiata in una scatola di legno lunga ed elegante. Non ricordo molto ora che osservo le sue mani che stringono un rosario, sembrano ancora così corte e tozze, le vorrei baciare, vorrei sentire se davvero sono fredde, non è che qualcuno si è sbagliato e invece è ancora tra noi? il viso è così sereno ora, il vestito è molto composto. Non so cosa pensare.

Non capisco nulla. Ma prego perché me l’hanno insegnato.

La zia era stata una persona che aveva vissuto la vita al massimo, facoltosa e amante della compagnia, era rimasta vedova molto giovane e da allora aveva viaggiato molto. Si era deliziata il palato con Penne alla vodka su navi da crociera grandi come piccoli stati, cassoulet in tipici ristoranti francesi snob, aveva bevuto acqua hawaiana e non si era fatta mancare le prelibatezze dolciarie svizzere. Probabilmente era stata invidiata e odiata, amata e temuta, molto probabilmente era stata incompresa, una donna di importante casato ma affabile e avvicinabile. Poi era impazzita e io l ho conosciuta quando già era nel delirio. Quindi in realtà questa zia davvero non mi ha mai conosciuto.

Ma è stata la persona che mi ha svegliato qualcosa dentro. Quando una persona si muove su livelli diversi dal nostro, quando sono gli occhi a comunicare e le mani a stringere, quando ci si sposta su un piano comunicativo al quale non siamo abituati si aprono spazi e si capiscono cose di noi che non si conoscevano. Mia zia mi ha fatto provare qualcosa che forse è affetto, o qualcosa di simile. Perché sentivo il desiderio di andarla a trovare il più spesso possibile, di ascoltare le sue parole sconnesse e di dividere con lei un  pezzo di cioccolato con un pò di succo di frutta fresco. Poi la portavo in sala ristorante aspettavo che finisse la prima pietanza. Non so dare un nome a questo sentimento.

Perché non sono riuscito a piangere quando l’ho vista morta? Eppure sapevo che non l’avrei più sentita parlare, mai più. Quella era l’ultima volta che lì avrei vista il più simile a una persona viva. Quindi perché ho fissato il corpo e non ho detto nulla? Ho cercato le lacrime e non si sono presentate, come un amante che si dimentica di un appuntamento. Sono un mostro? Nel silenzio e nel bianco, nel fresco e nell’attesa mi sono fermato, ho percorso la salma e il mio corpo non ha reagito. Come tutte le altre volte, prima di questa.

Non riesco ancora a provare le emozioni appieno, a ridere davvero di gioia a piangere di dolore liberatorio, a soffrire d’amore, vivere l’odio e l’invidia e provare rabbia lucida. Ho imparato a sorridere davanti allo specchio ma non so sorridere davvero, credo.

Perché posso solo provare apatia, noia, indifferenza, nostalgia, malinconia, colpa? Perché posso provare solo sentimenti che annegano nell’acqua? Forse è perché non so nuotare?

A Natale voglio capire, voglio mettermi le mie scarpe comode e sedermi a tavola in mezzo agli altri indossando un sorriso largo vero. Vorrei non essere strano, vorrei questo. ma non succederà. E sarà finito tutto.

Mi alzerò da tavola e sarò in viaggio ancora, alla scoperta di me e del resto.

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