Al vecchio che canta il giovane fa eco

Non sempre ti alzerai da un brutto sogno sbadigliando e cercando un raggio di sole caldo. Non sempre ti alzerai da una battaglia senza cicatrici o senza zoppicare un pò.

 

Ti ritrovo seduta, questa volta come tante altre, immersa nella lettura di un giornale. A guardarti così sembri una attenta ricercatrice, saggia, vorace di sapienza e ricca di idee. Ma di tutte quelle parole che leggi comprendi solo la sequenza di lettere che le compongono. Niente di più. Queste parole non ti parlano.

A volte, come oggi, mi riconosci ed esclami – il mio moro! -. Poi mi fissi dritto negli occhi – Sono vecchia non riesco a stare ferma -. Altre volte quando arrivo stai leggendo ad alta voce, tutte quelle parole una dietro l’altra, delle quali non capisci il senso e sembri non accorgerti di me. Mi siedo piano vicino per non distarti, ti ascolto ed è come se mi stessi raccontando una storia, con le dita tieni diligentemente il segno.

Ed Ruscha, The Back of Hollywood, 1977

Ed Ruscha, The Back of Hollywood, 1977

Non ero sicuro che la vista delle immagini stimolasse il tuo cervello. Poi un giorno, ti soffermi su una scena, un casolare immerso nella campagna di un quadro di Van Gogh,  e ti sei come scossa – Oh! I Roveri! -. Quel giorno hai rivisto la tua vecchia casa, prima che tu arrivassi qua. Nei colori di quel paesaggio: nel giallo acceso ed estivo del grano maturo, nel verde delle erbe infestanti,  nel vorticante colore del sole e nell’azzurro del cielo pomeridiano hai riconosciuto il posto dove sei cresciuta, dove hai preso difficili decisioni e l’hai chiamato a pieni polmoni.

La foto di una mucca intenta a brucare fissando nel vuoto ti colpisce quest’altra volta . Attiri verso di te il giornale e osservi più da vicino l’immagine dell’animale, poi spalanchi un poco la bocca, e fai un espressione tra lo stranito e il divertito, dici – come mi guardi, hai mangiato e non ti sei più mossa!-. Forse vuoi dire a quella mucca che è una grassona?

Appoggi il giornale e ti metti a dare sfogo libero a tutto quello che vuoi dire. – Non è una collana è un ernia – rispondi a un complimento che l’infermiera ti rivolge passando, ed è la replica più divertente che abbia mai sentito. – E’ la pianta che crolla, Io crollo –  Ma non crolli davvero e continueresti a parlare per ore, se non ti rimettessi il giornale sotto gli occhi e allora tutte quelle lettere ti colpiscono e ti gridano in coro –LEGGIMI!-.

Riconosci le parole se sono scritte in italiano, la lingua che hai studiato e parlato; le parole scritte in altre lingue mandano in tilt la tua comprensione e in un confusionario tentativo di decifrarle balbetti parole senza senso, come se un fallimento dopo l’altro riuscirai a dire ad alta voce la strana parola davanti ai tuoi occhi, correttamente: EXCELSIOR.

Spingo la tua carrozzina verso il tavolo e mentre continui a leggere vado a prendere un succo di frutta. A volte quando ti lascio sola cominci a gridacchiare –Aiuto, aiuto, aiuto-. Ma penso che tu non intenda davvero quello che dici, tu non temi nulla.

Prendo un bicchiere vuoto dal centro della tavola e te lo allungo – Vuoto, Vuoto!– esclami. Sorrido. Ti verso del succo, riempendo giusto il fondo del tuo bicchiere ma non di più perché la bevanda è fredda. –E’ poco, poco– esclami ancora e sorrido nuovamente perchè fai corrette osservazioni. Poi dopo aver osservato il liquido arancio sul fondo del bicchiere bevi piano piano – Freddo Freddo!-. E sono contento che tu riesca a comunicare a parole questa sensazione. E così finisci il succo e te ne verso ancora. E mentre bevi prendo appunti sul nostro incontro.

Ci sono volte nelle quali forse ti senti di peso – devi andare a ballare tu, vai pure io resto qua-. E ti rassicuro, no non devo andare a ballare, sto bene qua, leggimi qualcosa. Allora mi fissi e stringi la bocca, e mi accarezzi. Poi dici tante cose che fingo di capire, se ti agiti ti passo il giornale, quello con il titolo più colorato e leggibile. Ad alta voce leggerai in modo scandito queste parole: DONNA MODERNA e poi 10 Consigli per una Pancia davvero Piatta 

Mi sono accorto che quando leggi le parole, le riesci a capire soltanto se le lettere che le compongono sono abbastanza unite: molte pubblicità non riesci a comprenderle perché quei titoli grandi sono insidiosi e tra le lettere spesso c’è troppo spazio. Questi titoli troppo distanzati ai tuoi occhi sono solo lettere sparse.

Ti tolgo il giornale di mano per non farti stressare, alle volte stringi e non vuoi lasciare andare –Sembriamo dei soldi-. Sembri molto convinta e forse potrebbe essere vero, in questo posto sono tutti anziani, per lo più su una sedia a rotelle, con la pelle verde come banconote consumate e gli occhi color dell’argento.  Ti prendo la mano. – Polenta! – mi chiami e  davvero vorrei capire qual’è la tua percezione del mondo in questo momento, davvero vorrei capire se mi vedi  come un ammasso giallo di farina e acqua con le gambe e larghi sorrisi.

Tutte quelle parole che hai letto ti girano nella testa, si ammassano. cozzano tra loro, sei sempre molto vivace, agitata e logorroica – Hai mai dormito in una scatola? – e saresti sorpresa dal sapere che si, io ho dormito in una scatola e in posti ben peggiori di essa. Mi limito a sorriderti, mi alzo e ti conduco nel corridoio mentre tu non smetti di fare commenti e considerazioni fantasiose. – Tu sei la mia fruttivendola – dici a trentadue denti ad un’altra paziente che si chiama Delizia. Temo possa prenderti sul serio. Mentre ti spingo verso l’uscita, quella porta invasa dalla luce estiva, ti giri verso di me come se improvvisamente ti fossi accorta della mia presenza  – La milza e i fiori! – annunci come se avessi vinto al bingo; una strana coppia questa milza e i fiori, un pò come siamo adesso noi.

Ti porto fuori al sole e appena fuori gridi – Caldo Caldo! -. Ci dirigiamo nella penombra vicino a dei vasi di fiori. Lì ti soffermi e inizi un discorso, e agitando le mani indichi uno ad uno i vasi quindi suppongo tu mi stia descrivendo tutti quei colori e quelle forme piccole e delicate.  – Ho bisogno di vestirmi e salutare… -. Sei interrotta dall’arrivo di un mezzo che parcheggia nello spiazzo di fronte a  noi. E non resisti dal leggere la parola bianca sulla striscia rossa che corre attorno al veicolo: AMBULANZA.

Zia devo riportarti dentro – ti annuncio. – Buon Natale – mi rispondi, sei solo in anticipo di sei mesi con questo augurio ma non importa. A volte quando è ora che me ne vado penso tu comprenda il momento e dici –Piovo! Io piovo – e penso che in quel momento tu comprendi che i saluti spesso comportano pianti. Ma non è un saluto così drastico. Tra quarantottore sarò di nuovo qua e sarai piena di cose nuove da raccontarmi.

Spesso mi dici – Ti voglio bene – e mi basta questo per sapere che sei perfetta così, non ti serve ricordare quanti soldi spendevi da giovane, quanto era bianca la neve delle Dolomiti e nemmeno quanto buona era la Sacher che faceva tua nonna. Sei perfetta così perchè vuoi bene a un nipote che non sa niente di te e che si è affezionato a te in questi tempi recenti, perchè sono sempre strato attratto dalle cause perse.

Ti bacio sulla fronte  e urli piano – Un uomo doveva prendermi ma io sono partita -. E allora penso davvero che quell’uomo abbia perso l’appuntamento più importante della sua vita.

 

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